Il vincitore del Pallone d'Oro ed ex presidente della Liberia, George Weah, ha raccontato alla stampa italiana la sua strana e unica carriera dalla povertà alla presidenza. Ha espresso il suo grande dolore con queste parole sorprendenti: "Dormivamo in 14 in una stanza. Mia nonna Emma dormiva nel letto, noi 13 fratelli dormivamo sul pavimento. Mio padre William e mia madre By si sono separati e sono andati lontano. Mia nonna ha riunito tutta la famiglia in un'unica stanza e ha affittato il resto della casa per guadagnare qualche soldo. Mangiavamo riso. Solo riso. Ero costantemente affamato. La fame... È una cosa terribile. Sono cresciuto nella baraccopoli di Clara Town vicino al porto di Monrovia, tra paludi e zanzare. Ho vissuto per strada, ho fatto mille piccoli lavori per cavarmela, ho giocato a carte, ho fumato... Non ho mai rubato, ma se avessi dovuto farlo per fame, lo avrei fatto. Amo il calcio, gli devo tutto. Durante il mio periodo al Milan, alcuni compagni giocavano a biliardo, altri a carte, altri leggevano notizie di calcio nei giorni di allenamento a Milanello. Sempre calcio, calcio, calcio... La vita non è questa. Con il fischio finale dell'arbitro, il calcio non era più la prima cosa nella mia mente. I ricordi di coloro che sono morti nella guerra civile tornavano a galla: i miei parenti, amici, cugini, i bambini con cui sono cresciuto... Durante gli anni trascorsi a Monaco, Parigi e Milano, ho costantemente cercato di non essere in Liberia con la mia mente. Altrimenti non avrei potuto giocare. Tuttavia, dovevo giocare bene. Questo era il mio lavoro. Per 90 minuti c'era solo il pallone. Ma appena finiva la partita, la mia mente tornava lì, in Liberia." Queste parole sono passate alla storia come una vera lotta per la vita. I tifosi ricorderanno questa storia con grande rispetto per anni.
IMMAGINE: LA GAZZETTA DELLO SPORT